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Questo modesto spazio per ricordare il grande, immenso Antonio Tabucchi. Scrittore di fama internazionale, tradotto in tutto il mondo, talento incommensurabile sia come saggista che romanziere. Se n’è andato l’altro giorno e personalmente non l’ho presa bene. Il primo pensiero è stato per il “dottor Pereira”, il tormentato giornalista del bellissimo “Sostiene Pereira” (ed. Feltrinelli, 214), ambientato nella Lisbona salazarista degli anni ‘30. Pereira è il disincantato e disilluso cronista di un mediocre giornale del pomeriggio, vedovo e grasso, che si arrabatta tra nascoste e ormai sbiadite smanie intellettuali e la conclamata autocensura che s’impone per paura del regime fascista. Conosce un ragazzo, un po’ ingenuo e misterioso, che gli manda pezzi di rara intensità antifascista per il giornale. Pereira censura ovviamente, ma non respinge il ragazzo, che piano piano conosce e grazie al quale prende coscienza di un nuovo impulso civile ed esce dal torpore conformistico, fino a sprigionare, successivamente a un fatto tragico, la voglia di ribellione contro le ingiustizie del suo tempo. Il libro è di una bellezza e intensità sconcertante, ma di Tabucchi ricordo anche gli articoli al vetriolo su “L’Unità” di Colombo e Padellaro, e sul Fatto, le ospitate negli unici salotti che avevano il coraggio di invitare questo scomodo intellettuale fiorentino, amante del calcio, cantore di Lisboa e del Portogallo, poliglotta e cittadino del mondo, “Annozero” e “Parla con me”.
Tabucchi se n’è andato, ma il suo pensiero e le sue opere resteranno.
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In questi giorni si sta consumando un crimine. Un vero e proprio attacco terroristico ai diritti dei lavoratori. Una banda di professori, milionari senza scrupoli, vuole demolire uno dei pilastri cardine della nostra democrazia. Si vuole togliere una tutela fondamentale che ha garantito per molti anni una vita dignitosa a milioni di persone. Di fatto, si sta cercando di svuotare dall’interno il valore e il significato dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. E’ una legge che fino ad oggi ha impedito al più forte di distruggere il più debole in modo arbitrario L’attacco posa le sue basi sul fatto che si potrà licenziare una persona per motivi economici. Senza diritto di reintegro anche nel caso si dimostri che il motivo economico sia inesistente. La società diventerebbe animalesca e squallida più di quello che lo è già, purtroppo, diventata. E’ possibile conferire un’arma così letale ad un’oligarchia privilegiata e senza scrupoli? Dove risiede il buonsenso in tutto questo? Come si fa ad essere così crudelmente ingenui sulla pelle dei lavoratori? Davvero è una misura necessaria in un momento di crisi così drammatico, che già vede la disoccupazione dilagare, la soglia di povertà aumentare per moltissime famiglie, i salari bassi e l’inflazione alle stelle. E’ proprio necessario far si che altre persone vengano messe in mezzo a una strada, anche solo per il capriccio di un imprenditore senza scrupoli? Tutto questo è tremendo, se passa la riforma che toglie un diritto acquisito a costo di molte lotte, molto sangue e sacrifici non torneremo più indietro. Anche tra 100 anni subiremo gli effetti di una scelta così scellerata. Non ci saranno più le lotte sindacali, i partiti comunisti, lo spettro dell’unione sovietica che hanno portato tali conquiste straordinarie. Mi domando, ma questi cosiddetti professori, che ne sanno della vita di una persona della strada? Sanno quali paure, quali angosce attanagliano la sua fragile esistenza? Sanno cosa vuol dire andare a lavorare con la paura di venire licenziati, per causa di un periodo negativo della vita, di un malanno, di una parola sbagliata? Sanno cosa vuol dire tenere il bilancio familare, mandare i piccoli a scuola con 1000 euro al mese? Sanno quanti sacrifici fa la gente comune per riuscire a garantire un pò di istruzione e un pò di stabilità alle nuove generazioni? No. Penso che queste persone abbino sempre vissuto negli allori, in qualche casa di avvocati, o medici, dove le posate erano d’argento e le buone maniere facevano da contorno a un castello di ipocrisie. Chi ha conosciuto il mondo del lavoro da ultima ruota del carro non proporrebbe mai una legge del genere. Non affilerebbe mai la lama a chi è un assassino per vocazione. Si denota una complicità morbosa nell’assecondare i voleri dei potenti di turno. I Marchionne, le Marcegaglie, che non aspettavano altro che una legge simile. Chissà quanti finanziamenti sono andati al Pdl, negli anni passati, con la speranza che voti e soldi potessero togliere quello che l’umanità aveva conquistato per se. Solo che il coglione che c’era prima, aveva ben altre cose a cui pensare. Ma qui si vuole lacerare la carne viva. Incuranti ed impassibili, questi governatori studiati, portano avanti il loro compito, assegnatogli da altri. Sono come i nazisti, quando nei campi di concentramento compivano atti inumani. Incuranti, freddi, gelidi torturavano persone innocenti solamente perchè gli veniva ordinato di farlo. Mi viene in mente Primo Levi, quando all’inizio di “Se questo è un’uomo” scriveva:
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
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Verona è considerata la città più di destra d’Italia: lo scenario dei delitti di Ludwig. La città più nichilista: la culla di Pietro Maso, che uccide i genitori per l’eredità e poi va in discoteca. La città più razzista: i tifosi dell’Hellas multati di continuo per i cori su neri e meridionali (cui i napoletani risposero con uno striscione contro l’incolpevole Giulietta). Ora è considerata la città più leghista, grazie al sindaco Tosi, quello che arrivò al consiglio comunale con una tigre al guinzaglio, e disse che non avrebbe mai messo il ritratto di Napolitano in ufficio.
In realtà, Verona non è nulla di tutto questo. È semplicemente una città un po’ complessata. Certo, l’estrema destra esiste, ma non è più rumorosa che altrove. Certo, Tosi con ogni probabilità sarà rieletto sindaco, ma non in quanto leghista, anzi per il motivo opposto: è diventato il sindaco di gran parte dei veronesi, non a caso ha sfiorato la rottura con Bossi. Il complesso di Verona è non essere considerata per quel che vale, non contare per quel che pesa.
A molti veronesi non importa più di tanto. «Non c’è mondo per me al di là delle mura di Verona, c’è solo purgatorio, tortura, l’inferno stesso»: non è solo un verso di Shakespeare, scritto sui portoni di piazza Bra e tatuato sui corpi di molti tifosi dell’Hellas; è una mentalità diffusa. Però alla città un po’ pesa essere rappresentata in modo così negativo nel resto del Paese. Tanto più che all’estero Verona è una delle città più famose d’Italia, all’altezza di Roma, Venezia, Firenze; infatti è la quarta per numero di turisti, tre milioni l’anno. Ricca anche in tempi di crisi, da sempre porta d’Italia per il mondo tedesco, Verona si sente sottorappresentata, avverte di non avere quel peso politico e culturale che la sua forza le consentirebbe. Questo vale un po’ per tutto il Nord-Est, ma a maggior ragione per Verona, che del Nord-Est è la città più popolosa (264 mila abitanti il Comune, quasi un milione la Provincia). Gente che si sente a volte presa in giro dal potere romano. Se c’è un veneto in un film, per dire, è un mona, una macchietta. E al governo non c’è un veronese da vent’anni, dai tempi di Gianni Fontana ministro dell’Agricoltura e delle Foreste. Ci sarebbe anche Aldo Brancher, nominato ministro nell’estate 2010; ma dopo tre giorni il Quirinale lo rimandò indietro.
Nella tana degli ultrà
«A Pescara ci hanno gettato addosso topi e pesci morti!». «A Napoli ci hanno tirato conigli vivi, e poi molotov e bombe carta!». «A Salerno ci hanno pisciato addosso!». E in che modo, scusate? «Ingegnoso: bottiglie aperte e fatte scivolare sopra la rete che copriva il nostro settore. A Foggia invece hanno unto di grasso la ringhiera su cui dovevamo appoggiarci. Sempre a Pescara l’hanno cosparsa di colla: si sono impiastricciati anche i bambini. L’avessimo fatto noi a Verona, titoli in prima pagina. L’hanno fatto al Sud, e neanche una riga».
Incontrare alcuni tra i capi della tifoseria dell’Hellas è complicato. Detestano i giornalisti, dicono che li denigrano da sempre, che ingigantiscono i torti fatti e nascondono quelli subìti dagli ultrà. Anzi, loro rifiutano di farsi chiamare così: sono i «Butei», i Ragazzi. Ci ricevono nello scantinato di un’osteria fuori porta, trasformato in museo del tifo, con cimeli e maglie dal 1903 in poi: Zigoni, Dirceu, Elkjaer con lo scudetto dell’85, l’unico anno in cui ci fu il sorteggio integrale degli arbitri, prontamente abolito. Il leader storico è Alberto Lomastro, un muro di tatuaggi, capelli lunghi ormai brizzolati: se il sindaco Tosi continua ad andare in curva, lui adesso va in tribuna. Fu anche arrestato e poi scagionato, quando allo stadio impiccarono un manichino raffigurante un nero, tipo Alabama dopo la guerra civile. «Non siamo dei santi. Ci mettono in croce per qualche ululato, che si sente in tutte le curve. Ma i cattivi siamo sempre e soltanto noi». L’ululato è razzismo. «Non siamo razzisti, ma goliardi. Quando i napoletani vennero qui con lo striscione “Giulietta è ‘na zoccola”, non ci siamo offesi: le battute si danno e si prendono. Noi a Napoli non potevamo neppure andare». Fino a quando, nell’88, si misero in viaggio verso Sud in settanta, su un pullman e due furgoni. «Quella volta ci accolsero bene, riconobbero il nostro coraggio». È durata poco. «A Napoli vendono le sciarpe con la scritta “Io odio Verona”. E nessuno fiata. Lo facessimo noi…».
Tosi minimizza: «L’Hellas ha più di diecimila abbonati. Se qualcuno si comporta male, non è giusto criminalizzare tutti. Del Chievo non importa a nessuno, almeno non a me. Chievo è un quartiere. L’Hellas è la città». Resta il fatto che la società quest’anno ha già pagato multe per oltre 146 mila euro. In settimana ne è arrivata un’altra da 40 mila, per i cori contro Oduamadi e Ogbonna, calciatori del Torino peraltro battuto 4 a 1. Già tre volte l’Hellas ha dovuto giocare a porte chiuse, a causa dei cori razzisti contro Coly del Perugia, Asamoah del Modena, Koné della Pro Sesto. «Ma a noi ci multano appena respiriamo! – lamenta Lomastro -. Siamo stati puniti pure per gli insulti contro Remondina, il nostro allenatore, caso unico nella storia del calcio. Poi al suo posto è arrivato Mandorlini. Una volta, per svelenire l’atmosfera, ha cantato “Ti amo terrone”, una canzone degli Skiantos. Hanno multato pure lui. Ma con quella canzone gli Skiantos hanno vinto il premio Tenco, una cosa di sinistra!». Alla parola «sinistra» pare che l’antro dei Butei debba crollare da un momento all’altro. «Ma no. Tra noi c’è di tutto, da Forza Nuova a Rifondazione. Le Brigate gialloblù nei primi Anni 70 erano di sinistra. Abbiamo fatto alleanze con curve “rosse” come quella della Samp. Siamo persino amici con i tifosi del Lecce…».
Il sindaco di Verona Flavio Tosi (Imagoeconomica)
Dal sindaco Tosi
Non soltanto nell’ufficio è bene esposto il ritratto di Napolitano, tra il tricolore e il berrettino dell’Hellas. Flavio Tosi ha pure invitato il presidente a celebrare i 150 anni, nel giugno 2011, e l’avrebbe voluto di nuovo sabato scorso, per il 17 marzo. Mostra la lettera con la risposta: «Caro sindaco, la ringrazio, ma ho già un impegno al Quirinale». Cos’è successo, Tosi? Ha cambiato idea? «Sono cambiato io. Fare il sindaco ti fa maturare. Capita a tutti, in gioventù, di dire sciocchezze. La storia del ritratto era una sciocchezza».
In questi anni Tosi ha compiuto due operazioni politiche. Ha traghettato la destra nell’orbita della Lega: non a caso ora il Pdl si divide, una parte con lui, l’altra con l’ex presidente della Fiera Luigi Castelletti (preceduto nei sondaggi anche dall’uomo della sinistra, l’ambientalista Michele Bertucco). E ha trasformato la Lega stessa: sempre meno partito ideologico legato al mito della secessione, al carisma di Bossi e al baricentro varesotto, sempre più sindacato del territorio, capace di incarnare le varie anime del Veneto. Per questo la polemica sulla lista civica trascende i destini di Tosi e della Lega; riguarda la città. Tosi non è un progressista illuminato, è un familista che ha fatto nominare la sorella Barbara capogruppo in consiglio comunale e promuovere la moglie in Regione (lei l’ha ripagato dicendo che voterà Pdl, lui assicura che la fronda familiare è rientrata). Non rinuncia alle bizzarrie, come il tuffo di Capodanno nel lago di Garda, tipo Mao nello Yangtze. Però è uno che vive in mezzo alla gente, lo incontri in pizzeria sino a tardi come il Bossi degli anni ruggenti, e per gli interessi dei veronesi rompe le scatole a tutti, comprese le multinazionali come Ikea: volete aprire uno stabilimento in periferia? Bene, però dovete assumere i licenziati della Compometal. All’Arena ha mandato come sovrintendente un perito agrario, che però ha risanato i conti. E quando un ragazzo, Nicola Tommasoli, fu massacrato da cinque estremisti neri per una sigaretta, Tosi espresse l’indignazione dell’intera comunità. Verona ha trovato un politico che non sarà estraneo ai complessi della città, ma proprio per questo la rappresenta. Per Tosi rinunciare alla propria lista avrebbe significato mettere la Lega davanti alla città; e la città non gliel’avrebbe perdonato.
Bossi aveva minacciato più volte di metterlo fuori per questo. Non erano parole al vento. Bossi ha sempre governato il partito così, per espulsioni. A maggior ragione in Veneto, terra per lui straniera. I capi della Liga sono sempre stati cacciati, da Rocchetta a Comencini. Il sindaco per ora l’ha scampata. Alla fine l’accordo è stato trovato, con un escamotage: non una, ma tante liste Tosi. Quella dei pensionati, dei cattolici, dei fuoriusciti pdl, magari pure dei Butei. Per ora Bossi ha deciso di non rompere con Maroni, che Tosi definisce «meraviglioso». Ma, se a giugno Tosi vincerà il congresso veneto contro il segretario Giampaolo Gobbo e i veronesi del cerchio magico, Federico Bricolo e Francesca Martini, il Senatur potrebbe ancora scegliere la guerra, per lasciare in eredità almeno un pezzo di Lega al figlio Renzo. In tal caso, può succedere di tutto, altro che la tigre in Comune. Che poi sarà stata un cucciolo narcotizzato. «Manco per sogno! D’accordo, fu un’altra sciocchezza. Era per fare pubblicità al circo padano. Una bella bestia, però, di nove mesi. Quando ho fatto per accarezzarla a momenti mi stacca il braccio!».
Dal «Cuccia di Verona»
Sul portone c’è il cartello turistico: «Casa di Romeo». Tutti sanno che Giulietta e Romeo non sono mai esistiti, eppure a milioni vanno a visitare la casa, la tomba e il balcone di Giulietta, che è in realtà un falso dichiarato, un sarcofago medievale attaccato al muro. Spiega il grande Paolo Poli, in questi giorni in scena al teatro Nuovo, che al mito di Giulietta e Romeo tutti sentono il bisogno di credere, non solo i venditori di grembiuli e altre carabattole per turisti appostati nei punti strategici. Nel cortile della casa di Giulietta non c’è più spazio per un solo cuoricino, una sola scritta. Quando il portone geme sotto il peso dei lucchetti, vengono tagliati e riposti in apposite ceste, presto sostituiti da altri segni di amori più recenti.
Nella «casa di Romeo» abita invece l’uomo più potente della città. Paolo Biasi, presidente della Fondazione Cariverona, tra i primi azionisti di Unicredit, dispensatore di fondi per chiese, mostre, associazioni. Detto il Cuccia di Verona per la sua riservatezza: mai un’intervista; né lo è quella di oggi. Semmai, una conversazione informale. Dice Biasi che lui non avverte alcun complesso, e non cambierebbe Verona con nessun posto al mondo. La città del resto ha un’antica tradizione autarchica e castrense. Ai tempi dei Cesari aveva seimila abitanti e un’Arena da 40 mila posti, costruita per gli eserciti di passaggio: «Verona era l’autogrill degli antichi romani» sorride Paolo Poli. Gli austriaci ne fecero fortezza e caserma. Da sempre Verona basta a se stessa. Ora però le cose sono cambiate. Non c’è più la banca-bottega, ma una banca che travalica le mura, mette radici a Milano, si espande all’estero e quindi può essere più utile all’impresa locale. Biasi ha buone parole anche per i rivali del Banco popolare e per gli industriali. Certo, l’aeroporto perde milioni l’anno a causa dell’alleanza sbagliata con Montichiari, ma ora si cerca un nuovo partner. La crisi picchia duro sulla manifattura, ma risparmia l’agroalimentare. L’export è inferiore a quello delle altre province venete (pesa il fatto che le auto Volkswagen importate in Italia passano da qui), ma è più legato alla terra, alle vigne, agli allevamenti. Se l’industria della carta è ridimensionata, la Index è leader europeo delle membrane impermeabilizzanti; se i francesi della Hoover licenziano, i turchi del gruppo Ziylan vorrebbero comprare la Lumberjack. Calzedonia e Intimissimi sono di qui. Le seconde generazioni non si riposano ma diversificano: Andrea Bolla con la Vivigas, Andrea Riello con le macchine utensili; Michele Bauli compra una fabbrica di brioches in India, Gianluca Rana produce sughi a Chicago. I Rana rappresentano il capovolgimento di un’abitudine italiana: il padre, Giovanni, ormai attore degli spot di famiglia, si diverte; Gianluca, il figlio, lavora.
Questo non significa che Verona sia così soddisfatta. E non solo perché un veronese su 20 è disoccupato e uno su 10 è povero. Ora che si affaccia sul mondo, la città fatica a definirsi, a capire chi è. I vicentini la considerano poco veneta, i mantovani non la sentono lombarda. L’antica dominatrice Venezia è poco amata, Milano è distante. Verona non si è mai governata da sola, e porta memorie di eserciti soverchiatori, in particolare con le donne: Carlotta Aschieri uccisa a 25 anni, incinta, dalle baionette degli austriaci in ritirata; Isolina Canuti, costretta da un ufficiale sabaudo ad abortire sul tavolaccio di un’osteria, decapitata per farla tacere, gettata nell’Adige, che qui non è un fiume placido come i tanti che attraversano le città italiane, è impetuoso e gelido come un torrente. È stato uno scrittore veronese, Stefano Lorenzetto, a raccontare lo spaesamento e la frustrazione nel pamphlet Cuor di veneto. Anatomia di un popolo che fu nazione . Chi collega Arnoldo Mondadori, Walter Chiari, Emilio Salgari, Cesare Lombroso a Verona? Eppure sono nati qui, per poi andarsene. L’erede di Lombroso oggi è Vittorino Andreoli, che qui considerano il «medico dei mati», mentre l’artista del fumetto Milo Manara è visto come un tipo curioso che disegna strane storie. Più che con la testa, questa è una città che si capisce col cuore: da qui sono partiti san Giovanni Calabria e San Daniele Comboni fondatore dei comboniani; la rete di associazioni benefiche è tra le più fitte d’Italia, ogni sera la Ronda della Carità distribuisce pasti caldi, il gruppo del Samaritano ha 250 letti per i clochard; l’oste del Calmiere, l’osteria del bollito e delle tagliatelle coi fegatini davanti a San Zeno, ha fondato un’associazione per combattere le malattie infantili del sangue, financo i Butei dell’Hellas finanziano la ricerca sulla sindrome di Louis-Bar, male crudele che uccide nella seconda decade di vita.
La città dei teatri si riempie d’estate, per il festival shakespeariano. Lo Stabile diretto da Paolo Valerio organizza versioni itineranti di Romeo e Giulietta nelle piazze, ora ha prodotto un «Sogno di una notte di mezza estate» con gli attori di Zelig, regia di Gioele Dix. Dice Paolo Poli che questa forse è l’ultima volta che recita a Verona; ma dev’essere una sua forma di scaramanzia. E in ogni caso aggiunge di essere sicuro, dopo sessant’anni di palcoscenico, che da qualche parte a Verona – forse non distante dall’ansa dell’Adige, dal Ponte Pietra, dai cipressi del teatro romano – Giulietta e Romeo esistono davvero, hanno superato gli odi e le rivalità, i pregiudizi e i complessi; e sono finalmente liberi di amarsi, senza che nessuno li veda.
Aldo Cazzullo
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Anche per quest’anno, l’evento del sei nazioni si conlcude. L’Italia spedisce ad Edimburgo il cucchiaio di legno. Io e il Baruz andremo proprio la tra un mese, ci vedranno male gli scozzesi?
Con la fine del torneo, se ne va anche un pò l’inverno. Pesante e duro è stato quello di quest’anno. Problemi di lavoro e poche soddisfazioni. L’inverno sa essere spietato se non sei ben coperto. Ora arriva una nuova stagione, speriamo sia benevola.
La partita di ieri è stata molto bella, anche se nel finale abbiamo un pò sofferto. Le ho viste tutte. Senza dubbio la più incredibile è stata quella con gli inglesi, con il prato ammantato di neve e il clima proprio da gladiatori, dove abbiamo avuto l’illusione di vincere. Leggevo che l’Italia del rugby ha perso al 6 nazioni 55 match e ne ha vinti 13. E’ sempre una sconfitta dietro l’altra. Allora perchè tifare Italia? Non lo so, forse una mia passione per i perdenti che però ci mettono l’anima. E’ come nella vita, stare in fondo e perdere, ma mantenere fede a se stessi. Sperando sempre nell’incontro successivo, nella possibilità di rifarsi, nel coraggio delle proprie idee.
Saluto il Paggio, che non rivedrò per un pò. Il miglior Pub-men di Verona. Public House, io li mi sentivo proprio a casa.
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Voglio postare anche io una canzone di Dalla che mi piace molto. E’ una delle più famose, secondo me anche molto significativa. Parla di cinismo e speranza. Ricorda vagamente l’indifferenza che ci circonda, in qualche modo è una canzone dissociante. Mi fa pensare anche alla solitudine di certi momenti, in cui scrivere una lettera ad un amico, è quasi un modo per alleggerirsi un pò. Ci sono anche strofe in cui si racconta un mondo fantastico, miscelando la realtà con il sogno, davvero ammirevole.
Era considerato un poeta, e pur non essendo tra i miei preferiti, credo che Lucio Dalla rimarrà nella storia della musica italiana di fine secolo.
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L’omaggio a un grandissimo che ha fatto la storia della musica italiana. Musicista, compositore, sperimentatore, come l’ha ben definito Michele Serra su Repubblica “alto e basso allo stesso tempo, colto e popolare”. Personalmente mi ha sempre ricordato gli anni ‘80, “Borotalco” di Verdone, San Benedetto del Tronto, le domeniche mattina. Resta solo l’amarezza che tanti lo scoprono ora che se n’è andato.
Posto “L’ultima luna” (sotto il testo), una sua canzone che mi è sempre piaciuta per il ritmo della musica e l’armonia disordinata del testo, una sua caratteristica che lo rendeva probabilmente il meno cantautore dei cantautori.
Riposa in pace Lucio.
La 7a luna
era quella del luna-park
lo scimmione si aggirava
dalla giostra al bar
mentre l’angelo di Dio bestemmiava
facendo sforzi di petto
grandi muscoli e poca carne
povero angelo benedetto.
La 6a luna
era il cuore di un disgraziato
che, maledetto il giorno che era nato,
ma rideva sempre
da anni non vedeva le lenzuola
con le mani sporche di carbone
toccava il culo a una signora
e rideva e toccava
sembrava lui il padrone.
La 5a luna
fece paura a tutti
era la testa di un signore
che con la morte vicino giocava a biliardino
era grande ed elegante
né giovane né vecchio
forse malato
sicuramente era malato
perché perdeva sangue da un orecchio.
La 4a luna
era una fila di prigionieri
che camminando
seguivano le rotaie del treno
avevano i piedi insanguinati
e le mani senza guanti
ma non preoccupatevi
il cielo è sereno
oggi non ce ne sono più tanti.
La 3a luna uscirono tutti per guardarla
era così grande
che più di uno pensò al Padre Eterno
sospesero i giochi e si spensero le luci
cominciò l’inferno
la gente corse a casa perché per quella notte
ritornò l’inverno.
La 2a luna
portò la disperazione tra gli zingari
qualcuno addirittura si amputò un dito
andarono in banca a fare qualche operazione
ma che confusione
la maggior parte prese cani e figli
e corse alla stazione.
L’ultima luna
la vide solo un bimbo appena nato,
aveva occhi tondi e neri e fondi
e non piangeva
con grandi ali prese la luna tra le mani
e volò via e volò via
era l’uomo di domani l’uomo di domani.
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Premetto che non sono mai stato appassionato al teatrino di San Remo, ma questa sera, per cause naturali, sono sul divano a guardarlo. La febbre e l’influenza mi costringono a questo supplizio. Partendo dall’inizio, ho trovato le gag di Luca e Paolo alquanto volgari, intrise di parolaccce e scurrilità. Due personaggi che stimo, ma che francamente non sono indicati al maggiore spettacolo musicale italiano. Poi arriva Morandi, fossile sempre identico e sempre superato del pop italiano. Oramai annoia anche mia madre, da sempre sua fan. Le canzoni iniziano senza troppa acclamazione, nel senso che il pubblico sembra pagato per applaudire i discorsi dei vari presentatori del momento. Gli artisti sfilano uno dopo l’altro senza vibrazioni di intensità, come dei prodotti al supermercato, asettici e funzionali. Poi tutti già visti, Dolcenera, Renga, che palle. Dentro di me sento che non sarò mai tagliato per guardare entusiasta S.Remo. Ritengo l’incontro musicale con un nuovo artista una cosa molto intima, fortuita e casuale. Difficilmente conoscerò un nuovo cantante ad una manifestazione stantia come quella di stasera. Ma non mollo, deve arrivare Celentano. Adorato dal Baruz e da Santoro. Ci sarà un perché, mi dico, anche se a me non ha mai fatto impazzire. Entrata scenografica, con tanto di bombardamento del palco, la messa in onda di uno spezzone dei miei film preferiti “enemy at the gate”. Bello, penso. Poi lui sul palco, faccio un commento a mia madre che le ho sentito fare spesso negli ultimi anni: “però, se vede che l’è diventa vecio anca lu”. Poi inizia il monologo, bella la prima frase, o almeno il senso che le ho dato, sul perché siamo nati. E’ chiaramente un segno d’amore la risposta. Ma poi, che sfuriate sull’avvenire e famiglia cristiana, sui preti, sul Vangelo, come se agli italiani importasse qualcosa. Una mancanza di rispetto sia dei credenti, sia dei non credenti. Poi passaggio alla politica, sul referendum che la consulta ha bocciato. Senza spiegare che cosa si diceva nel referendum, come se tutti gli italiani ne fossero a conoscenza. Infine dalla platea interviene Pupo che inizia a duettare con Celentano, fingendo una polemica, ed invece era tutto architettato. Celentano che nel suo monologo ispirato salta una battuta e la ridice poco dopo, facendo capire di aver imparato tutto a memoria. Mi sembrava la Massella alle superiori, che imparava sempre tutto a memoria, senza convinzione. Poi inizia a cantare, bene, dico, forse almeno qui nascerà qualcosa di buono. Macchè, il buon Adriano canta una serie di canzoni blues in inglese, al festival della musica italiana. Complimenti.
La scorsa estate sono stato a San Remo, ho visto la cittadina e l’Ariston. Mi ha dato l’impressione di un luogo con una grande storia, ma oramai vetusto ed adagiato sui suoi allori del passato. E’ la stessa sensazione che ho avuto questa sera. Morale della favola: mia madre dorme, è entrato mio fratello più giovane ed ha prontamente cambiato canale. Beata gioventù.
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L’aria era quella giusta, quel frigido misto neve che ben si addice ad un sabato al Paggio per il 6 nazioni. Ormai per me è un’appuntamento clou. Sfortunatamente, il mio socio Baranuz è occupato con l’Hellas, che disgraziatamente gioca lo stesso pomeriggio. Con incredibile abilità, riesco a convincere il Casta a prendere parte al crogiolo celtico. Dopo qualche giro a vuoto, riusciamo a raggiungere le vie dietro al mitico locale Madigan’s e a parcheggiare, ovvimente in sosta non segnalata, da buon abusivo intelligente. L’ingresso verso le 5 trova il locale già gremito, come me lo aspetto. E’ molto più bello arrivare all’ultimo minuto e cercare un pertugio nel quale rintanarsi, che arrivare un’ora prima per sedersi ai tavolini. Le emozioni si vivono meglio in piedi, il corpo è più libero e ricettivo. E ieri pomeriggio di emozioni ce ne sono state parecchie. Io non sono un esperto di rugby, ma sono un appassionato tifoso dell’Italia rugby in quel conteso. Arrivare al pub più Irish di Verona, frequentato da veri adulatori di tutto cià che odora di Irlanda o Scozia, è come fare un tuffo in un altro luogo che ho visto ed amato. Ti trovi quello coi capelli lunghi un pò ingrassato, segno di un romanticismo sfociato nella malinconia, la bionda con il maglione Aran, poco truccata che chiaramente da l’immagine di un’amica sincera. C’è il tifoso rasato, un pò reduce della curva, forse convertito al rugby dopo troppe delusioni. Ci sono i pignattari, ovvero quelli più defilati nel locale che sono li principalmente per trincare e magari far un pò di baldoria. C’è un mezzo matto, un pò scizzoide che sembra sano, ma poi inizia a fare dei tick inquietanti. Insomma un campionario umano perfetto. Il mio compare in tutto questo non centra poi molto, sicuramente non nota tutte le sfacettature che mi gusto io, ma non importa. Prendiamo posto all’angolo vicino alle scale, dove lo scorso sabato ho conosciuto un certo Alessandro, bravo butel un pò galletto genuino. Ci salutiamo senza troppa vivacità. Mi vedo sfilare davanti un irish coffe con tanto di panna montata, niente in confronto ad un irish breakfast del sabato precedente, con tanto di uova, bacon e fagioli. Già li capisco che mi trovo nel posto giusto. Guardo il Paggio, sempre più eroe dei fumetti per me, allo spinnatoio che prepara non so quante birre. Lui, bassotto, un pò tarchiato, con orecchino, barba incolta e occhi furbi, sa già come andrà a finire. “ Mi fai una pinta scura e una mezza pinta, sempre scura?” “ Un attimo”, la risposta accennata. Se non ha finito di servire quelli prima di te, non accetta nuovi ordini. Ma poi si ricorda che volevi qualcosa e ti chiede “ Sa vuto ti?”. Un maestro. Tutti sono ai loro posti, quelli seduti con tredici birre sui tavoli, quelli in piedi, coi boccali appostati qua e la sul bancone o dove c’è posto. Partono gli inni. Pensavo, l’inno inglese è sempre bello da sentire, ha un che di nobile e regale che ti porta a imperi antichi. L’inno di Mameli, invece è più gagliardetto. Per i soliti più scarsi che però mettono tanto cuore. Quest’anno il 6 nazioni è denso di aspettative, in quanto, dopo una gestione Mallet fallimentare, si vuol vedere se cambiando l’allenatore, cambino un pò anche i risultati. L’Italia parte bene, sembra lucida nei propositi e reattiva nella difesa. L’inghilterra invece fatica a trovare la marcia giusta, i nostri aggrediscono nei loro passaggi, pressano e non danno tregua. Nonostante prendiamo colpi forti, non molliamo un centimetro senza farlo soffrire agli inglesi. Ad un certo punto inizia l’enfasi, dopo aver subito qualcosa, iniziamo a giocare in modo stucchevole. Non sbagliamo una touche, ne una mischia. Incalziamo e attacchiamo velocemente. Parisse man of the match, trascina i gladiatori italiani fino ad una meta tanto agognata e meritata. Il pub esplode una prima volta. Primo orgasmo. Sei li, in mezzo a tutte queste persone che saltano, urlano, ridono, godono. Anche quelli seduti si ritrovano tutti in piedi abbracciati ed esultanti. Il Paggio smette di spinare e, da buon capo popolo rugbistà, fa un commento esaltante che tutti sentono e tutti condividono. L’amico dietro di me del sabato prima si fa vivo e scambiamo qualche battuta da vecchi compagnoni. Tutto va meravigliosamente per il meglio. Una cosa immancabile al locale è il commentatore pazzo di Sky, che sembra un bambino che si tocca il pisello per la prima volta. Incredibile un suo commento ad un nostro rilancio dopo un pò di sofferenza: “ voooolaaaaaaaaa” risata generale del locale. Persino il Casta, sempre poco incline alle emozioni, si lascia andare a qualche grido di gioia. Poco dopo, addirittura facciamo un’altra meta, sfruttando un errore avversario e volando in fondo al campo. Altro orgasmo madigaschiano. In quei momenti il tempo si dilata, non esiste altro, si è tutti una famiglia, un microcosmo autonomo e felice. Qualcuno si prende le patatine e le offre, chi fa pronostici meravigliosi, chi denota il coraggio e la bravura dei giocatori che, in un campo avvolto da un manto gelato, fumano, nel vero senso della parola, la neve asportata da terra sui loro corpi caldi. Ora, non ricordo esattamente i risultati, però so che da un dato momento, l’incantesimo si è rotto. Quando ho visto Martin uscire dolorante dal campo, mi son detto, qui il destino cambia. Ho avuto conferma di tutto questo quando, alla mia richiesta di un’altra pinta scura, il Paggio mi ha risposto glaciale: “ l’ho finita, non mi sono arrivati i rifornimenti in tempo”. “Ecco, qui inizia la discesa”. E così è stato. L’inghilterra si è ringalluzzita nel secondo tempo, soprattutto dopo un errore clamoroso di Masi, che sbaglia un rinvio e concede una meta provvidenziale agli inglesi, fino a quel momento sodomizzati. Ma tenevamo ancora un buon vantaggio, quando mi telefona il Baruz, convinto di poter pregustare una vittoria che sembrava a portata e meritata. Gli dico di venire, ma l’incantesimo oramai si è rotto. I nostri avversari infilano un paio di calci piazzati, noi ne sbagliamo 2 a 15 minuti dalla fine e la partita si chiude sul 19 a 15 per gli anglosassoni. Sciaquo la mia disgustosa birretta bionda piccola e, dopo aver pagato, me ne esco dal Paggio con il morale a terra, senza salutare gli avventori del mitico locale. L’Italia è stata battuta ancora. E’ un pò come la mia vita, penso, lotto sempre con i denti, ma alla fine vince qualcun’altro. Ma le emozioni che vivo, no, quelle sono autentiche. A cosa penso? Che sabato prossimo sarò di nuovo in prima linea, a sognare, a lottare, a sperare e a gioire per un sussulto di vittoria anche solo immaginaria.
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Leggendo un simpatico scritto su un blog (http://pleaserepeat.it/2012/02/vinicio-capossela-puzza-di-piscio/) scopro che Vinicio Capossela aiuta a scopare. Ci ho riflettuto andando a rivisitare un po’ le mie frequentazioni. Ne ho concluso che, sì, in effetti, l’ascoltare Vinicio ha contribuito a portarmi a letto qualche progressista stronzetta “sbarazzina un po’ hipster” per la quale ascoltare Vinicio è “come andare in giro con una borsetta figa o il giusto colore di rossetto”. Uno status symbol, diciamo. Mi ha aiutato, d’altra parte, anche a scoparmi donne completamente diverse, magari più semplici (o forse solo più genuine) che non conoscevano le “Notti newyorkesi” caposseliane, ma rimanevano affascinate dal solo fatto di uscire con un uomo che le conosceva.
Ma allora mi domando, se ascolto Albano magari non è che riesca a farmi qualche vecchia ereditiera, così da risolvere i miei annosi problemi economici?
P.S. Parlo di Vinicio e metto Jimi Hendrix, vi ho fregati!
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